Corporate social responsability: costo o investimento?

In una fase come quella attuale, caratterizzata da una persistente crisi economica e da spinte sempre maggiori a limitare gli effetti negativi della competizione, la responsabilità sociale è tornata ad essere una tematica di particolare interesse nel dibattito sul futuro delle imprese e del loro sviluppo.

La responsabilità sociale d’impresa, definita anche con il termine inglese Corporate Social Responsibility (CSR), può essere infatti vista come una risposta al fenomeno sempre più attuale della globalizzazione e della competitività dei mercati internazionali. E’ noto come le performance delle imprese dipendano non solo da elementi concreti ma anche dai cosiddetti intagibles, quali la fiducia degli stakeholders, la reputazione e l’attenzione al benessere dell’ambiente e della comunità in cui l’impresa opera o con cui entra in contatto. Tutti questi elementi non devono essere considerati solamente come costi, ma anche e soprattutto come opportunità che permettono all’impresa di aumentare la propria competitività e i propri risultati, incrementando il suo sviluppo.

In ambito europeo, la definizione in uso di Responsabilità sociale delle imprese deriva da quella contenuta nel Libro Verde della Commissione Europea del 2001 (“Promuovere un quadro europeo per la responsabilità sociale delle imprese”), nella quale la CSR viene definita come “l’integrazione volontaria delle preoccupazioni sociali ed ecologiche delle imprese nelle loro operazioni commerciali e nei loro rapporti con le parti interessate (stakeholders)”.

In ambito nazionale, esiste una recente definizione “legale” di CSR, che ricalca sostanzialmente quella appena citata, contenuta nel D.Lgs. n. 81/2008, nel cosiddetto Testo Unico di sicurezza, il quale, all’art. 2, comma 1, lett. ff), definisce la Responsabilità sociale d’impresa come “integrazione volontaria delle preoccupazioni sociali ed ecologiche delle aziende e organizzazioni nelle loro attività commerciali e nei loro rapporti con le parti interessate”.

Tali definizioni pongono l’accento sul fatto che le imprese – di propria iniziativa – decidono di far diventare parte integrante della strategia e della gestione quotidiana dell’impresa stessa le scelte di natura “etica”, “solidaristica” e “ambientale”, al fine di contribuire “al miglioramento della società” e “rendere più pulito l’ambiente” (Libro Verde europeo, cit.).

Il profitto non dovrebbe essere percepito come unico indicatore dello stato di salute dell’impresa; esso indica la capacità dell’impresa di stare sul mercato, ma non deve essere l’unico scopo. L’impresa dovrebbe farsi carico di altri tipi di responsabilità che vanno oltre i risultati puramente economici; dovrebbe cercare di garantire ottimi prodotti, ottimi servizi, soddisfare i consumatori, attirare nuovi clienti e contribuire allo sviluppo della comunità in cui l’impresa si trova ad essere integrata. Comportamenti simili permettono alle imprese di accrescere il loro valore come “istituzioni sociali”, rafforzando la loro identità e migliorando la qualità totale, perché le imprese non possono limitarsi alla produzione di beni economici, ma devono essere anche produttori di capitale sociale.

In altri termini, il mondo imprenditoriale non deve soltanto produrre e scambiare beni e servizi, per creare la ricchezza necessaria per ripagare gli investimenti (shareholder value), ma è chiamato, altresì, a rispondere a complesse aspettative e specifiche richieste di carattere etico – sociale. L’obiettivo principale della CSR è quello di rendere le imprese competitive, assicurando – al tempo stesso – una maggiore coesione sociale, la promozione delle norme fondamentali del lavoro ed il miglioramento della governance  sociale ed ambientale nel contesto della globalizzazione. Ciò si traduce, in termini pratici, in un rinnovamento dei modelli e delle strategie organizzative e produttive delle imprese.

Elementi di CSR sono rinvenibili, non solo all’interno di codici etici di autoregolamentazione e, quindi, all’interno di iniziative specifiche su base volontaria che potremmo definire buone prassi di responsabilità sociale, bensì anche all’interno di ordinamenti giuridici positivi obbligatori. In questo secondo caso si può parlare di etero – regolamentazione obbligatoria dell’impresa. Al riguardo, si deve ritenere che laddove una buona pratica venga inserita in una legge, perda la sua connotazione tipica di “volontarietà” ed acquisti quella di obbligatorietà derivante da una norma imperativa retta da sanzione.

In una Risoluzione del marzo 2007 il Parlamento europeo, intervenendo sul tema della CSR, ha stabilito che il potenziamento della responsabilità sociale, da ricollegare alla responsabilità imprenditoriale, rappresenti un elemento essenziale del modello sociale europeo e della strategia europea per lo sviluppo sostenibile, al fine di rispondere alle sfide sociali della globalizzazione economica.

Al riguardo, va rilevato che la diversità nei quadri politici ed economici nazionali per quanto riguarda il tessuto imprenditoriale, i sistemi di protezione dei lavoratori e le norme vigenti in materia ambientale, ha dato luogo ad approcci nazionali alla responsabilità sociale delle Imprese differenti a seconda delle caratteristiche e delle tradizioni di ciascun Paese.

In Il D.Lgs. 81/2008 ha introdotto alcune disposizioni interessanti, relative alla responsabilità sociale dell’impresa, oltre ad averne dato la definizione legale, come già rilevato (art. 2, lett. ff)).

Da uno studio condotto dalla Confindustria per sondare il grado di applicazione della CSR all’interno del suo sistema associativo e, contestualmente, cercare di capire la sensibilità e le esigenze delle imprese rispetto al tema, sono emersi dati interessanti. (Cfr. Confindustria, Responsabilità Sociale d’Impresa: i risultati di un’indagine nel sistema di Confindustria,  Commissione Cultura, 2006).

Molto significativi sono i dati riferiti agli ambiti di maggiore applicazione di pratiche CSR da parte delle imprese, che sono concentrate in contesti molto tradizionali delle attività industriale, con una carenza nell’ambito del “mercato” (consumatori, mercati finanziari e banche, catena dei fornitori, altri interlocutori di riferimento):

– luogo di lavoro (comprensivo di gestione delle risorse umane con il 70,9% e salute e sicurezza sul luogo di lavoro con il 78,2%);

– comunità locale 50,9%;

– ambiente 76,4%.


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