Sicurezza del lavoro, i ritardi sono culturali e organizzativi

Nonostante un assetto normativo complesso e articolato, la garanzia della sicurezza nei luoghi di lavoro è lungi dall’affermarsi nel nostro paese, dal divenire un aspetto imprescindibile nell’organizzazione delle attività delle aziende. Esistono due ordini di problemi principali a tale riguardo: uno attinente alla natura organizzativa e giuridica delle azioni di vigilanza e di repressione delle condotte illecite, l’altro di carattere culturale.Riguardo al primo aspetto, attualmente non esiste un unico soggetto pubblico a cui è demandato il controllo delle imprese sul piano della sicurezza: buona parte delle competenze sono degli ispettori delle Asl (circa 2000 sul territorio nazionale), mentre i 280 tecnici dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro hanno il compito di vigilare sull’edilizia. Il resto degli ispettori del Ministero del Lavoro, dell’Inps e dell’Inail (in totale 4000 addetti) ha invece funzioni di controllo dell’applicazione dei contratti e sul versamento dei contributi. Aldilà dell’inadeguatezza numerica del personale addetto alla vigilanza sulla sicurezza, appare sempre più necessaria una maggiore integrazione tra i differenti soggetti pubblici, non tanto sul piano organizzativo, quanto attraverso un’integrazione delle infrastrutture informative, consentendo alle differenti banche dati di comunicare fra di loro, secondo una logica di interoperabilità e cooperazione applicativa: in tale modo sarebbe possibile consentire il coordinamento strategico tra le diverse articolazioni ispettive e la piena fruizione, da parte del personale, delle informazioni utili a prescindere dalla struttura che ha elaborato le stesse. L’utilizzo degli strumenti informatici potrebbe, inoltre, sopperire alla carenza di personale, consentendo una maggiore razionalità nell’analisi e nell’individuazione dei contesti produttivi e territoriali maggiormente esposti alle situazioni di rischio.
Con riferimento al “profilo culturale” della sicurezza nei luoghi di lavoro, è evidente che l’aspetto maggiormente rilevante riguarda la percezione che le aziende hanno di questa tematica, considerata prevalentemente un onere finanziario e burocratico, talora un intralcio al pieno dispiegarsi dei processi produttivi. Tale approccio non tiene conto dei costi sociali degli infortuni e dei costi economici complessivi – i quali in ultima istanza ricadono sulle aziende nel loro complesso – e di come questi costituiscano dei limiti alla produttività aziendale non pienamente valutati. La riduzione del numero degli infortuni passa necessariamente da un cambio di paradigma culturale, dalla capacità delle imprese di considerare la sicurezza – intesa non solo come assenza di eventi che ledono la salute, ma secondo il concetto più ampio di “benessere lavorativo” – quale una delle condizioni che possono migliorare le performance organizzativa, anche attraverso il coinvolgimento e la responsabilizzazione dei lavoratori (a tale proposito è significativa l’esperienza del Giappone) e l’integrazione tra la gestione della sicurezza e quella della qualità e dell’ambiente.



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